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wonderous stories (italy)

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intervview with alessandro papotto, giovanni tommasi, bruno vegliante
questions by paolo parnelli

Wonderous Stories: Alessandro, durante il concerto al Classico Village di Roma sottolineavi come la gestazione del nuovo disco, Un milione di voci, sia stata particolarmente lunga e complicata……

Alessandro Papotto: Sì, c’era questa idea di coinvolgere più persone nel progetto e, a parte il periodo compositivo, che è durato circa sei mesi, molto tempo è andato via per riuscire a incastrare le collaborazioni più importanti. Con Mauro Pagani ad esempio ci sono voluti due mesi solo per metterci d’accordo su come fare per scambiarci il materiale…… con Vittorio Nocenzi invece è stato più facile, visto che abita vicino Roma.

WS: Quali sono secondo voi le principali differenze tra “In ogni luogo, in ogni tempo” e “Un milione di voci”?

AP: Personalmente credo che con il secondo disco ci sia stata una crescita notevole del gruppo sia a livello strumentale che a livello interpersonale……ad esempio è cresciuta molto la sezione ritmica. Nel primo disco ci sono cose che ancora oggi, riascoltandole, non mi convincono……  

Claudio Braico: Il primo disco era costituito da una serie di idee personali portate in studio da ognuno di noi, mentre il secondo è nato più in sala, in maniera più corale, semplificando anche alcune cose.

Giovanni Tommasi: Quello che dice Claudio è verissimo, non a caso molti dei brani di Un milione di voci, i più belli a mio avviso, sono firmati a più mani. Altra cosa importante: Bruno stavolta era presente dall’inizio con i suoi suoni e con il suo apporto creativo. Da un punto di vista stilistico, invece, potremmo dire che il secondo disco è meno progressive del primo, e questa è stata una cosa in parte intenzionale e in parte inconscia. Per me ora siamo un gruppo rock. Per carità, questo pur mantenendo delle contaminazioni prog, jazz, funky, ma fondamentalmente ora siamo un gruppo rock e mi piacerebbe che fossimo visti come tali.

CB: In questo disco ci andava di fare un po’ meno algoritmi suonando. Quando fai un pezzo progressive hai molti obbligati, spesso hai una partitura precisa da seguire da cima a fondo, e questo a lungo andare può diventare un po’ mortificante, perché una volta che ti sei creato quella particina la reciterai come una poesia, con poco spazio per l’improvvisazione. Invece in questo secondo disco abbiamo inserito anche dei pezzi più semplici, più rock, che ci hanno permesso di lasciarci andare, di divertirci di più.

WS: Da molti anni lavorate sempre con lo stesso fonico, l’amico Raimondo Mosci dell’Elefante Bianco di Roma……

AP: E’ vero, con Raimondo ci conosciamo dai tempi del Nodo Gordiano e delle cover dei King Crimson. Innanzitutto è un ottimo fonico di cui ci fidiamo ciecamente. Poi dal punto di vista umano c’è un rapporto molto buono. Quando registriamo lui sa già quello che vogliamo e questo ci facilita enormemente le cose.

WS: Ognuno di voi sembra avere stili e influenze molto differenti: Alessandro il jazz, Giovanni il rock metal, e via dicendo……Come si mescola alchemicamente all’interno del gruppo una miscela del genere?

GT: Quello che dici è verissimo, ma devi capire che c’è qualcosa a monte del discorso musicale…tra noi c’è una forma di rispetto e di stima reciproca che ci consente di superare anche le inevitabili frizioni che si presentano all’interno del gruppo.

WS: Gli spazi solisti che Alessandro, Giovanni e Bruno si sono presi su questo disco sono una conseguenza di questa situazione di “conflitto” all’interno del gruppo?

AP: No, non direi. L’idea l’ho proposta io sulla scia di album come Fragile degli Yes, ovviamente con la dovuta umiltà da parte di noi tre nel proporre brani che magari esulano un po’ dal contesto generale dell’album.
WS: Nel testo di Un borghese piccolo piccolo mi è sembrato di leggere, soprattutto alla luce dell’esibizione live, una forte connotazione di attualità socio politica……

AP: In realtà si tratta di un testo che scaturisce da un’esperienza personale, in cui però ognuno può leggere quello che crede. Poi è vero che dal vivo subentra quella voglia di improvvisare e di divertirsi di cui parlavamo prima, favorita dalla semplicità della partitura vocale.

WS: Quanto vi manca la possibilità di esibirvi con continuità dal vivo?

AP: Tanto, indubbiamente tanto. Adesso speriamo che le cose cambino, proprio per questo abbiamo iniziato una collaborazione con un’agenzia di management.

WS: Quali impressioni e sensazioni vi ha lasciato il concerto di Roma per la presentazione del nuovo album?

AP: La sensazione per noi è stata ottima, siamo soddisfatti per l’esecuzione dei brani nonostante qualche piccola sbavatura, dovuta anche a diverse problematiche causate dalla presenza di tanti ospiti sul palco. Le reazioni da parte del pubblico sono state positive, purtroppo quella sera pioveva a dirotto e tanta gente non è venuta, però quelli che c’erano li ho visti partecipi. Mi ha fatto piacere che siano venute molte persone che di solito seguono il Banco e che si siano fermate fino all’ultimo, nonostante il concerto alla fine sia durato quasi due ore.

WS: Sul vostro sito emerge con chiarezza la consapevolezza di sentirsi penalizzati in un mondo musicale che attualmente privilegia i prodotti di massa e promuove in maniera insistente pochi titoli di artisti già affermati……

GT: Il grande problema è la promozione. C’è stato un periodo in cui la spazzatura a livello musicale era un concetto generale, da applicare quasi ovunque. Negli ultimi tempi invece non mi sento di dire che in America o in Inghilterra escano cose nuove che sono solo spazzatura, mentre in Italia purtroppo continua ad essere così. Non so se per via di Sanremo o di cosa, ma qui da noi non si riesce a far passare il concetto che se le persone non sanno che esiste della buona musica, allora continueranno ad ascoltare spazzatura per tutta la vita. E così la spazzatura prolifera in maniera disarmante.

CB: Purtroppo molte persone non sanno neanche come viene fatta la musica. Non conoscono gli strumenti musicali, credono che sia tutto computerizzato. Non sanno la fatica e l’impegno che c’è dietro un pezzo che viene inventato e poi suonato…

AP: Ma resta il fatto, Claudio, che la gente non sa neanche che quel pezzo esiste. E’ troppo facile dire che la gente è stupida e ascolta solo cavolate, in realtà non è così. La gente è in grado di giudicare, ma per poter decidere se una cosa gli piace o no deve avere la possibilità di conoscerla.

WS: A questo punto viene la tentazione di guardare all’estero……

CB: Hai ragione. E’ incredibile come ogni giorno ci arrivino recensioni dei nostri dischi da ogni parte del mondo e poi qui a Roma non si riesca a suonare nemmeno al locale sotto casa.

WS: Cos’è per voi il progressive oggi?

GT: Il progressive ormai è diventato un’etichetta talmente ampia e capiente che può essere attaccata a tutto quello che vuoi. Volendo puoi trovare degli elementi di progressive in moltissime delle cose che ascolti.

CB: Per me il termine progressive oggi lo puoi intendere come sinonimo di libertà assoluta. Fai quello che ti pare: un pezzo lo fai in un modo e uno in un altro, come ti gira.

AP: Penso che quello che dice Claudio valga sia oggi che in passato. Fare dei pezzi per piacere per forza ad un certo tipo di pubblico non è progressive.
WS: Progetti e programmi futuri?

AP: A breve scadenza sarà pubblicato un live con pezzi tratti in parte dalla serata al Classico Village e in parte da un concerto fatto a Latina la settimana prima. Poi abbiamo incominciato a scrivere per il terzo disco. Quello che possiamo dirti è che sarà un disco totalmente Periferia Del Mondo, senza nessun ospite. Anzi, credo proprio che si chiamerà semplicemente “Periferia Del Mondo”……

interview realized exclusively for Wonderous Stories
by Paolo Carnelli, spring 2003.