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rockerilla (italy)

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Review by Beppe Riva

Agli anni di fervore del progressive sono legati anche i primi riflessi di notorietà internazionale del rock italiano che cominciò ad affermarsi oltre i propri confini: specialmente la PFM fu a lungo identificata nei paesi anglosassoni come un simbolo storico della scena “mediterranea”. L’eco delle glorie prog, che segnarono profondamente la nostra cultura giovanile, non s’è affatto spenta con il trascorrere del tempo: tra le formazioni che continuano quel discorso, si segnala per spiccata personalità la Periferia Del Mondo, formazione fondata a Roma nel ’97. Sin dal nome sembra invocare l’eredità del rock italiano agli albori dei ’70, ed il suo primo album, “In ogni luogo, in ogni tempo” (Akarma, 2000), era un piccolo classico di rinascimento progressive; anche la copertina, scelta fra le opere del pittore russo Eugene Barman, si ricollegava ai significati allegorici degli artworks di allora. “Sentirsi” nella Periferia Del Mondo è inoltre indice della vis polemica del gruppo, costretto a muoversi ai margini del mercato discografico, nonostante qualità riconosciute da capiscuola come i musicisti del Banco (Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese hanno affiancato il sestetto nel brano d’apertura, “L’infedele”) e degli Area che hanno scritto le note di presentazione di “In ogni luogo, …”.    

Oggi ritroviamo PDM in occasione del secondo album “Un Milione Di Voci”, con la sua musica limpida e pulsante, frutto di notevole varietà strumentale (oltre a chitarra e sezione ritmica, vi convergono tastiere, fiati e violino), caratteristica che ricorda i magnifici Gentle Giant. Ancora una volta, la presenza di ospiti illustri sa di riconoscimento ai valori in campo: Vittorio Nocenzi del Banco esibisce un assolo all’organo Hammond su “Incanti e Perplessità” e Mauro Pagani (ex-PFM) suona il violino in “Can stop”.  L’avvicinamento a forme rock più immediate nel primo brano, e a dinamiche funky nel secondo, testimoniano però la volontà del gruppo di proporsi ad un pubblico meno settoriale, rendendo più fruibile la sua proposta musicale. Con questo, non viene ridimensionata la matrice originaria, anzi. PDM innesta spazialità prog-jazz in “Un borghese piccolo piccolo” e nella title-track, oltre a perpetrare il fascino della “contaminazione” classica, elaborando un austero arrangiamento d’archi in “Monologo” e “Io brucio”. Per i cultori del progressive è d’obbligo conoscerli, ma la formazione romana esegue convincente, poliedrica musica rock, al di là di ogni etichetta.      

                      BEPPE RIVA