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review by Gianluca Renoffio

Un milione di voci segna la seconda uscita della band romana dopo il fortunato In ogni luogo, in ogni tempo del 2000 dando una continuità alla vena prog classica che lo contraddistingueva. Come nel precedente anche in Un milione di voci la caratteristica principale è la voglia di ripercorrere l’eredità dei “seventies” italiani ricercando la congiunzione tra tematiche affascinanti e melodie che fondono tecnica ed anima, assoli virtuosistici ed “ensemble” di svariati strumenti che superano la classica formula chitarra – basso – batteria unendovi tastiere, fiati, violini……
E come suggello ancora delle partecipazioni illustri  come Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso in un insolito inserto all’organo Hammond, suo vecchio ed indimenticato amore, e Mauro Pagani, ex Premiata Forneria Marconi, con il suo indimenticato violino. Ma anche Alessandro Corsi del Balletto di Bronzo, Luca Sapio ex Area e tanti altri…… uno spaccato di storia musicale italiana.
L’album si apre con un minuto e mezzo di energia elettronica pura che ci porta alla mente le atmosfere di Darwin ed introduce una dinamica cavalcata jazz – rock che confluisce nel primo brano cantato: “Un borghese piccolo piccolo”, nove minuti di fusione tra forma canzone e aperture sinfoniche con tutti gli strumenti impegnati a costruire sensazioni. Un impatto veramente notevole, una fusione tra tradizione prog e modernità che può superare le limitazioni del tempo ed avvicinare i giovani alla musica di qualità. Si continua con “Incanti e perplessità”; buona ritmica alla PFM (nuova maniera) con il gioiello finale dell’inserto di Nocenzi all’Hammond. Il disco poi prosegue con brani che ripercorrono gli schemi già descritti alternando ballad strumentali (“Two as one”, “Cercando la via”) e pezzi “tirati” con una dinamica base ritmica, fiati jazzati e veloci riff (“EvaLunA”, “Can stop”, “Un milione di voci”). Ma non mancano altre atmosfere caleidoscopiche come l’introduzione rinascimentale del clavicembalo di “Espresso (parte2)” che poi sfocia in un calderone di sintetizzatori e di musica elettronica, o come la pura vena progressive di “Di foglie e di acqua”, oppure la classicità di “Monologo” impreziosita dalla performance artistica del Quartetto d’archi della PDM. Bel disco, sicuramente superiore al precedente, ricco di sfumature e gusto. Questo è tutto; da ascoltare e ricordare.         

Gianluca Renoffio