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nobody's land (italy)

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review by Franco Vassia

Per moltissimi anni la scuola romana ha saputo creare un ventaglio di emozioni musicali talmente ampio da vivere ancora oggi di luce riflessa. Basterebbe, per questo, riandare con la memoria ai tempi del mitico Folk Studio oppure alle fonti del rock progressivo, quando gli incroci di un cantautorato curiosamente autarchico, (da “Sora Rosa” a “Mio padre ha un buco in gola” di Venditti fino ai militi ignoti di Giorgio Lo Cascio) si miscelavano con l’avanguardistica sacralità del Banco del Mutuo Soccorso.
Periferia Del Mondo è un combo di musicisti che ha ripulito dalla cenere territori lasciati per lungo tempo incolti, con la speranza di poter far ricrescere l’erba. E se il buon giorno si vede dal mattino (“In ogni luogo, in ogni tempo”, l’album precedente, è stato uno dei più chiari e limpidi esempi di contaminazione “totale”) questa volta ci sono altri motivi per essere ottimisti: la band, in modo quasi viscerale, recupera tutte le scorie e gli stilemi del prog con lo scopo di rigenerarli con una verve jazzistica talmente incisiva da diventare la trave portante dell’album.
I riferimenti, chiarissimi, non si affidano soltanto al mito e, mentre sulle pareti sono evidentissimi i graffiti lasciati dai Gentle Giant (Can stop) e dai King Crimson (Espresso parte 2) il gruppo si spinge oltre, verso emozionanti tracce dal commento visionario (la seconda parte di EvaLunA e Cercando la via), improvvisazioni dodecafoniche e asperità di contemporanea classicità (Un milione di voci e Monologo).
Nel disco, quasi a testimoniare la continuità d’intenti, sono presenti il violino di Mauro Pagani (in Can stop) e l’organo Hammond di Vittorio Nocenzi (in Incanti e Perplessità). 

Franco Vassia