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drum club (italy)

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review by Massimo Bracco

Periferia Del Mondo è la prima nuova produzione di band Italiana Prog dell’etichetta Akarma, solitamente dedita a ristampe D.O.C. di album anni ’70. La band di Roma ha già all’attivo quattro anni d’attività, e la loro esperienza si sente nel sound variegato e sicuro sostenuto da brillante tecnica individuale. I loro riferimenti sono indubbiamente al Progressive anni ’70 nelle atmosfere neo-barocche e nell’ingegnosa stratificazione epica degli arrangiamenti; ma il tutto senza patemi nostalgici, bensì con un sound fresco e intraprendente che introduce anche elementi jazz-rock per l’uso di sax e clarino di Alessandro Papotto e per il drumming irrequieto e spesso dispari di Tony Zito (già nella band Nodo Gordiano).
L’omaggio più evidente al glorioso retaggio Prog Italiano è il brano d’apertura “L’infedele”, con ospiti il cantante Francesco Di Giacomo e il chitarrista Rodolfo Maltese del Banco del Mutuo Soccorso: il tema orientaleggiante allude anche a certi passaggi degli Area (“Luglio, agosto, settembre nero”) ma la band innesta comunque un dinamismo personalizzato fino all’ingresso epico della voce inconfondibile di Di Giacomo. Le altre composizioni alternano il cantato in italiano a lyrics in inglese: la voce di Alessandro Papotto, pur non possedendo un timbro particolarmente originale, si snoda con scioltezza tra gli agili controtempi, evitando di cadere in ingenuità. “Ladro” pesca nel jazz-rock, con spazi frequenti per la chitarra di Max Tommasi; mentre “In ogni luogo, in ogni tempo” propone bizzarre alternanze tra arpeggi suadenti e sussulti hard chitarristici. “Leave your daily” è decisamente Prog ’70 con un’ispirazione mediata tra PFM e Gentle Giant evidenziata dal 7/8 e dalle robuste sonorità analogiche delle tastiere di Bruno Vegliante. “I bless the night” sfiora climi dei Genesis negli arpeggi di chitarra acustica e nella divisione ritmica dei vocals anche nel crescendo sinfonico. Le tinte più originali sbucano nella lunga “Meltèmi”, con il sax al proscenio, il tema spigoloso spartito tra voce e tastiere, e negli assoli pungenti di chitarra sulla ritmica volitiva di Tony Zito e Claudio Braico a dettare un passo arrembante, interessante anche la seconda parte, con dialoghi tra gli strumenti su un ritmo più dilatato che piacerebbe anche ai contemporanei Ozric Tentacles. Lo strumentale “Brand-y” prende il via da un tema British jazz-rock (per intenderci alla Colosseum) evolvendosi in un divertente funk dove gli unisono di chitarra e sax giocano un ruolo vincente, lasciando anche spazio a un breve assolo batteristico di Tony Zito. “The ghost in the shell” con i suoi dodici minuti ha l’ambizione della mini-suite: se la prima parte risulta eccessivamente romantica nel crescendo di cori ed archi campionati, la scossa arriva nei burrascosi interventi strumentali con riff massicci di chitarra a contrapporsi alle smanie classicheggianti di tastiere e sax. I cambi di ritmo si susseguono con buona fluidità, ma l’ambizione di costruire un crescendo epico tradisce il carattere derivativo di alcune ispirazioni (Porcupine Tree), senza raggiungere un vero climax emotivo.
L’album è comunque nel complesso brillante e vivace: potrebbe riuscire nel difficile compito di conciliare chi cerca nuove proposte con chi è viceversa affezionato al Progressive Italiano degli anni d’oro.

Massimo Bracco